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07 Mag 2026

Curare un familiare affetto da demenza lascia segni profondi

L’assistenza domiciliare a un familiare affetto da demenza lascia segni profondi che persistono ben oltre la conclusione del periodo di cura. È quanto indica lo studio “Dem-Care Südtirol/Alto Adige 2024-2026”, condotto dall’Istituto di Medicina generale e Public health di Bolzano in collaborazione con l’Associazione Alzheimer Asaa su un campione di 180 ex caregiver. I risultati mostrano che la fine della responsabilità assistenziale non coincide con il benessere del familiare: una persona su cinque riporta problemi di salute persistenti, come disturbi del sonno, fatica cronica e sintomi depressivi. “Molti familiari si trovano in una condizione di sopraffazione che rende le conseguenze visibili solo a distanza di tempo”, spiega Barbara Plagg, responsabile dello studio. Dalla ricerca emergono dati definiti “allarmanti” dai ricercatori: circa un terzo degli intervistati manifesta sintomi assimilabili al trauma, con immagini del periodo di cura che riaffiorano involontariamente. Oltre il 42% dichiara di non aver elaborato l’esperienza in modo soddisfacente, mentre per il 56% l’assistenza ha determinato interamente la propria vita attraverso una reperibilità costante (78%) e forti sensi di colpa (62%). Un punto critico riguarda la percezione della scelta: per un intervistato su cinque l’assistenza non è stata una libera scelta ma una necessità dovuta alla mancanza di alternative. “Chi vive la cura come un’esperienza di sopraffazione perde fiducia nel modello su cui si fonda il sistema assistenziale”, avverte Plagg, sottolineando che solo il 28% degli ex caregiver vorrebbe in futuro essere assistito dai propri familiari. Lo studio evidenzia inoltre che l’intensità della fase finale pesa più della durata complessiva del percorso e che un buon sostegno riduce di quattro volte il rischio di esiti negativi, sebbene solo il 34% si dichiari soddisfatto dell’aiuto ricevuto. “Sono necessari servizi terapeutici specifici per gli ex caregiver e una maggiore sensibilizzazione dei medici di famiglia per riconoscere i sintomi post-assistenza”, conclude Doris Hager-Prainsack, presidente dell’Istituto di Medicina Generale. (ANSA).