
“Un genitore su due non è pienamente informato sui meccanismi economici più rischiosi presenti nei videogiochi apparentemente gratuiti”, spiega Ornella Corazza, professoressa di Psicologia clinica e direttrice dell’Addiction Science Lab dell’università di Trento, che giovedì presenterà presenterà i risultati di una ricerca sulle “scommesse” che ha coinvolto undici paesi europei, tra cui l’Italia, con un focus specifico anche sulla provincia di Trento. L’incontro dal titolo “Gioco o azzardo? Gaming, gambling e salute mentale nei giovani”, è in programma giovedì 22 gennaio alle 18 a palazzo Benvenuti, in via Belenzani 12 a Trento. Negli ultimi anni il gioco si è spostato sempre più online con applicazioni, piattaforme digitali e videogiochi accessibili tramite smartphone rendono queste attività facilmente fruibili anche da bambini e adolescenti, spesso in assenza di adeguati sistemi di controllo. “La nostra ricerca mostra come la consapevolezza delle famiglie sia spesso parziale, anche in contesti educativamente attenti come quello trentino”, sottolinea la docente. Dall’analisi del campione provinciale, che ha coinvolto 1.788 genitori (il 78% donne) con un’età media di 45 anni, “emerge un quadro complessivamente positivo sul piano educativo, ma con significative aree di vulnerabilità”, si legge in una nota. “Solo il 17,2% di chi è stato coinvolto nello studio dichiara di non aver mai sentito parlare di monetizzazione nei videogiochi, ma quasi uno su due (45,6%) non sa cosa siano le loot boxes, uno dei meccanismi più controversi e potenzialmente assimilabili al gioco d’azzardo”, informa un comunicato. Si tratta di contenitori virtuali che durante un videogioco possono essere acquistati, con denaro reale, per ricevere altri oggetti virtuali e poter proseguire la partita. Circa il 70% dei genitori afferma di non utilizzare microtransazioni, ma tra chi le utilizza, il 90% spende meno di una volta al mese, con una spesa media di 7,15 euro, al di sotto delle soglie di rischio. (ANSA)